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la luna dice che (2)

è ormai ora di liberare i grani dai sacchetti nel congelatore, dai sacchi dove una polvere di roccia impedisce che finiscan mangiati dalle farfalline. Gli altri, quelli alla moda, son gà nella terra di un campo di buoni amici, e loro i grani migranti eran gentilmente parcheggiati nel congelatore del nostro fornaio di fiducia Renzo, ora in pensione.
Chissà perchè proprio oggi ho postato a sua figlia, la mamma di una bimbetta a suo modo già saggia ma curiosa della vita, di nome Lucia, il filmato di un fornaio francese e sua moglie, che han preso a coltivarsi i grani, macinarli per fare pane, solo due giorni a settimana, e hanno la fila di clienti affezionati che aspettano prima dell’apertura. Bisogna armarsi di pazienza e questi grani torzeoons troveraano il modo di diventare pane per molti, anche loro.
Erano in tre sacchetti di tela, dai quali ho prlevato un pugnetto per ….. seminarne alcuni nell’orto, subito dopo tegoline svogliatissime di fine stagione, che si scusavan di non fiorire neppure, tutte indaffarate a migliorare il terreno azotandolo, penso.
Poi mi son fatta prudente e, presi tre tovaglioli che avevan tenuto compagnia ai miei pani in lievitazione, ne ho messi alcuni di nuovo al freddo, non si sa mai. Le vedo già le tortore tutte contente a beccottare facendo sì che i semi non siano troppo fitti nel terreno. Siii, speriamo bene.
Poi con un sacchetto di un probabile gentil rosso, che dovevo macinare in casa, ma nonc’èstatoilmodo e così ho preso la farina già pronta, il bagagliaio carico di ori preziosissimi, son andata a consegnarli a Franco, che tutto orgoglioso mi ha mostrato quelli che io avevo lasciato a terra per sfuggire a un temporale, conservati in un fiasco che ha perso l’impagliatura. Quando gli ho chiesto se c’era ancora la possibilità di seminare e mi ha detto che gli dispiaceva lasciarli là, mi ha cambiato la giornata. Sono in buone mani, anche perchè in famiglia ci son dei bambini che seguon attenti e curiosi di sapere queste mosse e imparano il rispetto e il valore dei semi giusti.
Mi son informata che il campo dove approderanno e poi si andrà a raccoglierli a mano non sia troppo lontano da una strada praticabile.
E’ fatta, venerdì verrà la pioggia dicono, poi si può solo sognare, e quando non si resiste proprio andare a vederli crescere. Il nostro miscuglio di grani 2018.IMG_9020

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una focaccia per compagnia

Ho impastato tre farine: bianca, semi integrale e ceci con del lievito olio acqua e sale, le ho lavorate fino ad averne una massa consistente ma morbida e l’ho adagiata in una ciotola di vetro ben oliata. Una pellicola a chiudere e due sciarpe avvolte tutt’intorno e sopra. La ricetta diceva finchè raddopia il volume e l’ho portata con me al mare. Insieme nella macchina avevo una cassetta degli ultimi pomodorini che pian piano da verdi diventano rosati e poi giusti, un po’ di melette di Monica, un grappolo di uva da vino scampato alla vendemmia, una banana per sussistenza. E poi un costume da bagno e se l’avessi usato un asciugamano, le pile di ricambio per la macchina fotografica nella loro custodia, rivelatasi poi vuota, la vecchia acciaccatissima canon PowerShot A520, con le sue carenze dopo il tuffo nell’acqua corrente della fontana. Nel bagagliaio due borsoni da giardinaggio e la forca, stivali di gomma.

Son riuscita a fare più di quello che intendevo tutto sommato, tenendo conto che al momento di partire la spia della benzina mi ha messo in allarme e al distributore automatico non ero in grado di aprire il serbatoio. C’è stata una scenetta un po’ sospetta con me che chiedevo aiuto a chi veniva a far benzina, consegnando loro le chiavi della macchina e i soldi pure, tutto risolto con un salto a casa e la richiesta di metterci la tecnica a chi ce l’ha.

Intanto era venuto troppo tardi per fare l’ultimo bagno nell’acqua fredda ormai. Un giro di negozi con mia sorella dopo che mi aveva strigliato per bene per quello che avevo portato, invano ho cercato di lasciare l’impasto in lievitazione dandole indicazioni su come procedere. Niente, ho finito per sbirciare come andava riavvolgendo le sciarpe per non rovinare tutto.

Le alghe che volevo portare a casa per il compostaggio eran state rimosse per il weekend, ne restava solo una sottile striscia lungo il bagnasciuga, ed è quella che ho via via inforcato come fosse fieno asciutto in un prato falciato il giorno prima. Uno dei due borsoni era quasi colmo, ma con un buco sul fondo, l’ho ribaltato e trascinandolo son arrivata alla macchina,

Mi restava di assaggiare l’acqua e portare con me qualche foto prima del tramonto. Son andata a piedi scalzi a salutarlo il mare del 2018, mi ha risposto con delle onde allegre smerlate di trine, ma l’ho sentito un po’ freddo. Con gli stivali poi ho avuto tutto il tempo e il modo di andare più in là e di fermarmi finchè il sole stava sparendo nella pineta alle mie spalle.

Così e la spiaggia di Lignano,il sole se ne va con discrezione occhieggiando tra i pini, niente cartoline con l’arancia che pian piano affonda all’orizzonte incendiando l’acqua. Ho voltato le spalle al mare io allora, altrimenti non me ne sarei più andata, e mi son tenuta un po’ di sabbia nei piedi, per sentirne l’odore nella doccia una volta tornata in pianura.
Tutto qua, la focaccia salata stesa e fatta lievitare in una teglia, ha avuto una spolverata di rosmarino e sale, due giri di olio buono e in forno, per la cena.

Terzo paesaggio, piante pioniere e maleerbe

Jilles Clement ha scritto dei libri definendo i tratti di terreno non mappati, quelli ai bordi di campi e autostrade, terra di nessuno “terzo paesaggio”. L’ho trovato molto interessante come definizione, andate ad approfondire di prima mano senza che io arruffi quel che ho letto con mie sensazioni aggiunte e ormai legate ai concetti indissolubilmente. Tant’è che oggi mentre in teoria dovevo rqccogliere radicchio per il pranzo, mi son messa a togliere l’erba, non ne conosco il nome, ma la tenacia con la quale ssi lasciava spezzare la part emersa, ma restava profondamente radicata, anche se appena spuntata. Accucciati così rasoterra, con zanzare e vari impollinatori cone colonna sonora, non si sa perchè si medita sui fatti della vita. Anche politica.
Pensavo a tutto questo gran twittare riportare nei media, echeggiare i commenti ai commenti dei penosi improvvidi tentativi di governare, di quelli che come ogni tanto succede, promettono una rivoluzione.
Quel che mi fa pensare, non è tanto la millanteria dei proclami, dei fantomatici successi raggiunti, quel che mi mette in guardia e’ la dimensione del consenso che percepisco ogniqualvolta accenno a un dubbio sul fatto che non so se sia questa la strada per andare avanti.
E così mentre esaminavo sotto il getto della fontana la forma e le dimensioni di quell’erbetta infestante, ho capito che le piante pioniere son fatt per ripopolare il terzo paesaggio, e van proprio là perchè ce l’hanno nel nome il loro scopo, sanno competere e resistere. Il genere umano è arrivato fin qui perche delle donne ci scommetto han selezionato le piante utili, han estirpato le non commestibili, creando spazi con prevalenza di quelle utili a nutrirci.
E dunque se ci son dei sentimenti, degli istinti inutili e dannosi per la convivenza pacifica sul pianeta, che diventa sempre più piccolo, non ci dobbiam preoccupare di quelli animati solo da questi, di coloro che li manifestano. Quel di cui ci dobbiamo occupare è del perchè abbiam lasciato che una gran parte del territorio nazionale diventasse terzo paesaggio, le radici dei sentimenti e istinti negativi son sempre là latenti, agguerrite affondano bene nel terreno poco coltivato. Non servono conggressi, prese di coscienza, litigi e rimbrotti, ci vuol costanza, pazienza, umiltà di abbassarsi, attenzione nel guardare, discernere, scegliere, non aver paura di affondar le dita nella terra.
Buona estate a tutti coltivatori e non da una nonna impicciona che non smette di occuparsi degli altri.

scegliere che fatica!

Raccogliere il mix di grani antichi un pomeriggio di giugno, sotto un sole cocente e con la pioggia in arrivo. Mi son organizzata bene, portando con me tutto il necessario, un telo grande di plastica, due borsoni capienti, la cote e due falcetti, acqua, una camicia per proteggermi da eventuali insetti, mezzi stivaletti e dei calzettoni.

Mi sono arrampicata un po’ curva sulla riva che porta al campo, guardinga e attenta dopo la prima rovinosa caduta di qualche tempo fa, ho trasferito tutto l’occorrente e in un silenzio estivo ho cominciato.

Contadini veri con il loro trattore andavano e venivano guardandomi con sospetto sotto quel cappello di paglia che mi garantiva di non andare a fuoco in testa. A un tratto, l’ho bagnato e me lo son rimesso grondante, per un po’.

All’inizio son andata per ordine raccogliendo le spighe dritte e alte sul bordo, poi ho cominciato a scegliere le più belle e a riporle separatamente in un borsone. Credetmi quello è stato il compito più difficile, tutte volevano essere la più bella a modo loro. Finchè il rumoreggiare di un tuono lontano mi ha fatto sorvolare su una sensibilità  inutile nei confronti di tanta bellezza, ed è così che in quattro e quattr’otto ho zampettato sulle spighe piegate a terra per raggiungere tutto quello che potevo portarmi a casa prima della pioggia, che non è venuta.

E’ passato qualche giorno e le spighe fan bella mostra di sè in terrazza mentre diventan sempre più caramellate dal sole e dal vento. Oggi c’ern i miei tre nipotini a fare giromette sul telo che li protegge di notte, dall’umidità e da qualche goloso predatore notturno. Poi come fosse una sorpresa aprivamo tutto per vedere quanti grani eran piovuti fuori dalle spighe, e il più piccolino se ne andava in giro tutto fiero dicendo i grani i grani a modo suo. Ma per organizzare la battitura era fantastico, io solo pensavo qualchemodifica nella procedura e lui era già oltre, con una velocità di immaginare e agire incredibile. quando abbiam sgranato in mano la prima spiga e soffiato via la pula, ha assaggiato d’istinto e poi generosamente ha offerto a me n grano alla volta. Avevo la sensazione che il mio raccolto era quello, di seminare e raccogliere a un tempo con e per  quelli che verranno.  Non so perchè ma questi grani trovano sempre a curarsi di loro bambini fantastici, come i nipoti dell’amico che li ha seminati nel suo campo per me, e me li dava tutti da portare a casa, per riveedersi in autunno a far nuovi progetti di semina. Come potevo far passare sotto il naso di uno scolaro affamato che  d’autunno si alzava da tavola e volzva in bici a veder se eran nati, tutto quel carico d’oro senza chiedergli se voleva scegliere lui le spighe più belle, e l’ha fatto con cura. Penso alla ia nipotina più grande che dice senza che ci fossimo accordate, come faccio a scegliere mi piaccion tutte, e l’altra che si butta su quel letto croccante come fosse un mare di biscotti alla nocciola e mandorle. Ancora qualche passaggio da sola senza tanta attenzione a far la maestrina e saranno semi buoni selezionati, da pane e da semina. Io che non ho conti in banca, stasera al tramonto mi sentivo ricca, di speranze e di allegria, lasciandole fuori nella notte a respirare il breve silenzio di queste notti d’estate.

tutte le strade portano là

La mia maestra di prima elementare si chiamava Gemma Turolo ed era figlia del maniscalco del paese soprannominato Meni faari (Domenico il fabbro, come fanno gli indiani d’America che danno i nomi in base alle capacità, non occorre andare tanto lontano, ma un po’ nel tempo sì).

Per avviarci alla matematica o all’aritmetica come si diceva allora ci aveva dotato di una busta bianca da lettera, quadrata, classica, con dentro ritagliati nella carta e colorati come si deve, una chioccia con i suoi pulcini. Non ricordo quanti ma so che mi son esercitata a contarli, e sopratutto a prenderli in considerazione, sopratutto come un gentile regalo, tant’è che li conservo ancora, in qualche cassetto. Mi era parso e ancora ci penso come un bel modo di invitare noi bambini in un mondo sconosciuto, con qualcosa che richiamasse alla vita reale che avevamo sotto gli occhi nei nostri cortili, con una delicatezza che ci rendeva subito curiosi. “Se avete tempo, dopo mangiato e giocato fate i compiti” ci diceva, come si poteva resistere.

Mi è tornato in mente questo quando un insegnante di matematica in un’università americana di passaggio nel paese di sua moglie con la quale parlavamo di altro, mi ha detto che i numeri, più ci si addentra a studiarli, portano in alto, altrove, in un’aria talmente rarefatta che incontra la poesia.

Io ci viaggio spesso in quella corrente come fosse un monsone, e attingo quel che posso per portarlo giù, impastandolo poi con i miei lieviti più o meno selvaggi e se il giorno è quello giusto, ne esce qualcosa di buono, di entrambe pane e poesia.

Mi sono avventurata, in questi giorni,  a leggere il libro”Cotto” di Michael Pollan, suggeritomi da Laura Lazzaroni, autrice di “Altri grani altri pani” e ho resistito, io quasi vegetariana, a leggere il capitolo sul barbeque, mi sono appassionata a quello dei fermenti, ho gustato quello sul pane e mi son sorpresa alla fine, ma anche qua e là, di vedere spuntare una sensibilità davvero poetica, che l’autore porta con sè, forse di suo, o che riscontra e riporta incontrando persone al di là di ogni sospetto.

Cercavo trucchi, spunti per mettere a punto se mai ci riuscirò il mio modo imparaticcio di fare pane, e son approdata ancora una volta alla poesia.

 

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panettone di rucola selvatica

C’è un strop/aiuola nel mio orto che è stato stipato con tutte le piantine di ruccola che trovavo in primavera, quando ho smosso la terra per riavviare le semine. A fine agosto molte piante son rinate da quelle andate in seme, il utto è protetto da un groviglio di un verde bello intenso, molto amazzonico.

A volte son tentata di mettere ordine, tagliare estirpare ripiantare selezionare, le utili dalle inutili, ma tutto questo toglierebbe al mio orto un prezioso angolo di naturale competizione e sopravvivenza tra varie specie, di piante e animali, penso.

Mentre annaffiavo una sera mi è parso di sentire la voce di un crot, rospo. Penso a lui schivo e scontroso, quando lascio indisturbato quest’aiuola, apparentemente improduttiva, ma sospetto molto utile alla salute di tutte le altre piante, coltivate.

Un orto di casa non deve andare in produzione come una fabbrica, con quella smania di carpire nutrienti da ogni angolo di terra, deve far stare bene tutti, mentre c’è uno scambio di gusto, sapori e bellezza tra la terra e la tavola.

 

Finchè un giorno di settembre, mettiamo un 6 di settembre, ti prende la voglia di fare pulizia, era tanto che ci pensavi, ma il caldo, l’annaffiare, le lune vecchie e nuove, le verdure abbondanti, la stagione che va avanti da sola al galoppo. Poi all’improvviso quello è il giorno, e allora la forca a quattro denti, la carriola pronta, impavida nonostante le zanzare a difendere un territorio da mesi inesplorato, solo annaffiato e anche generosamente, i prelievi erano saltuari e sempre più difficoltosi, le foglie nuove crecevano su rami legnosi che cercavano di espandersi su altre aiuole,come le radici, ho scoperto poi. Meriterebbe uno studio attento questo stro di rucule, messo insieme con piantine dell’anno scorso in primavera e cresciute indisturbate fino a settembre. Mi pareva di avanzare in una foresta protetta e contravvenire a qualche legge internazionale che salvaguarda la specie umana oltre che vegetale. Tant’è che la in mezzo era cresciuto spontaneamente un luppolo, ne ho sparsi talmente tanti di semi che non è stato difficile che fosse arrivato lì, ma che sia cresciuto è un regalo. Ho girato intorno intorno con lapprensione di stroncarlo inavvertitamente. Ce l’ho fatta!!! Son ruscita rasente l’ora di cena, quasi quasi prima che spnti la luna ad affondare un badile quanto basta per non tagiare neanche un filo di radice e a trasferirlo in un vaso. Chissà se gli ho fatto un piacere? Solo soletto in un vaso tutto suo, abituato com’era a tutto quel guazzabuglio di intrico, rami vecchi e nuovi, chiocciole lumaconi, un’ombra fresca e giusta sulla terra e poi arrampicarsi su in alto a cercare il sole. Ormai è fatta, domani sarà dura trovare una verdura da seminare lì che regga l confronto con quel panettone di ruccola selvatica. In piccolo ho fatto quel che tutti fanno in giro per il pianeta disfare per fare meglio e poi a volt rimpiangere di non aver saputo lasciar com’era. Così incomincia una nuova stagione.

 

machimelofafare?

Sorgente: machimelofafare?