quel che si sapeva

senza saperlo

non so davvero a chi potrebbero interessare questi miei appunti su come sia riuscita, sbagliando e ritentando, a mettere in due federe bianche di cotone nuove nuove i miei grani 2019.

Metto nero su bianco quel che ricordo e forse rileggerò un altr’anno, prima di tuffarmi di nuovo in questa bella avventura, di fare manualmente quel che con le moderne macchine agricole avviene in poco tempo, mentre gli uomini guardano braccia conserte, per poi saldare un conto e bere brindando al raccolto, se è stato buono.

Avevo fatto un covone quasi da manuale ed eran stati lì i mannelli ad asciugare per una buona settimana, occupando un’aiuola dell’orto dove prima facevan bella mostra i più belli, scelti nel 2018. Qualche pioggia mi aveva costretto a trasferirli in terrazza, ma poi era inevitabile che bisognava togliere di mezzo quell’ambaradan da aia contadina, piaceva solo a me.

Ho steso dei teli nel prato, ho cercato di ricordare dove poteva essere il bastone per batterli, mi son provvista di setacci, pensando che sarebbe stata una passeggiata. Ho anche tentato un sitema suggerito da una battagliera signora 89enne che da piccola veniva buttata giù dal letto alle 2 di notte per andare a spigolare prima che arrivassero altri, nei campi dove si era trebbiato. Sua madre rovesciava un bicicletta con le ruote per aria e avvicinava le spige alla ruota di dietro facendo girare i pedali, per batterle.

Poi è venuta la volta dei mezzi tecnici di mio marito, impietosito dal mio ritmo lento, ha inverito forse un soffiatore di foglie e me ne ha passati un bel po, con un rombo da elicottero da guerra, trasformando i mannelli così ordinati e belli, in un ammasso di paglia macinata, che si doveva soffiare poi con l’aiuto di un ventilatore. Ho sentito molti chicchi cadere sbriciolati insieme alla paglia, e non mi è piaciuto

C’è stata una tragedia greca di mezzo sulla quale è meglio sorvolare, poi una pausa di disintossicazione e finalmente un giorno di vento che mi ha fatto tornare al metodo sbagliando s’impara.

Avevo lì, dietro a me, della biancheria stesa ad asciugare e un lenzuolo collaborava avvertendomi quando era il momento che la folata di vento avrebbe fatto volare la pula, sul telo più in là, mentre facevo cadere i chicchi battuti, da un setaccio di acciaio (usato per liberare calamari dalla farina in eccesso prima di friggerli) a dei copri-vivande di rete leggera, usati da me per seccare i fichi senza farli raggiungere da insetti curiosi.

In origine mi ero proposta di mettere ancora tanti dettagli, ma dalle foto si vede che alla fine ce l’ho fatta, e son sicura che le mani all’occorrenza sapranno più della testa quel che s’ha da fare, come è stato la prima volta che emozionatissima ho impastato il pane.

Imparare è un gran bel gioco anche da vecchi, basta non essere troppo esigenti e darsi tutto il tempo che ci vuole, come fanno i bambini quando giocano a fare gli adulti. Dura una vita

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