Queste son mie, le ultime prese da Domenica Zerbin, rosa cipria dicevamo cercando il numero, nel suo laboratorio, e poi verde biliardo, o salvia … giocando come le bambine con le scarpe della mamma.

Lei ha un caschetto color rame, che scuote appena, mentre prende da un carrello  dove sono allineate un paio di “furlanis” alla volta, per rifinirle  con delle forbicine da ricamatrice da ogni pur piccolo ciuffetto di filo o spago non saprei dire,  riponendole  poi ordinatamente in uno scatolone. Nulla di ripetitivo sia chiaro,  perché ogni paio di queste straordinarie scarpe riceve la sua attenzione, come fossero le sole che lei/loro due han voluto confezionare.

Lui ha ascoltato un po’ spiazzato, ma neanche tanto incuriosito, le mie quattro sparate per presentarmi come una vecchietta ancora in onda, e poi si è preso con sé un copertone da bici, l’ha tagliato e ne fa suole rombando con una macchina da cucire, ci ascolta sorridendo sornione, fa qualche domanda, sa molte cose interessanti, non le esibisce.

Prima mi ha fatto scegliere e provare delle ciabatte per sapere il numero che calzerò quando e se riuscirò a mettere in atto quel che ho in mente: invece di un tatuaggio vorrei uscire o girare per casa con una frase, un verso, delle parole che mi facciano compagnia, scritte su una tela da “canevazze”.

Chiedo di potermi guardare in giro, tra le  stoffe posate qua e là, che arredano magnificamente questo che chiamerei un ripostiglio di teatro, un vero paradiso per una trovarobe come me, lei dice che è disordine ma sappiamo entrambe che son un bellissimo gioco per poeti-pittori-adulti con la curiosità dei bambini.

Tutti e due vanno avanti col loro lavoro mentre poggio là domande, per capire gli ingredienti  e le mete di questa ditta piccolissima, geniale e molto molto unica. Capisco che han trovato la giusta misura e son attenti a non superarla, anche se le astuzie del mercato e le lusinghe sono spesso alettanti sì ma insidiose.

Vi invito ad andare a trovarli, è come leggere di un piatto su una rivista patinata, di quello che oggi per fare gli americani si chiama “food” o invece assaggiarlo. In ognuno di quei scarpez che loro han batezzato “lis furlanis”  c’è  molto di più di quel che vedete o avrete ai piedi.

S’indovina qualcosa di magico nell’incontro di questi due e nella decisione di rivitalizzare l’antica saggezza di non sprecare nulla, trasformando tessuti, scovati o ritrovati, in qualcosa da indossare che guarda al futuro contemporaneamente, nutrirlo di storia come sa fare lei, che quando alza gli occhi, scopri color pervinca, e anche di manualità re-imparata da entrambe, guidati da una mia vecchia conoscenza: Domenica Zerbin (ma questa come spesso succede a parlar  troppo e di tutto un po’, è davvero un’altra storia).

Lascio in visione il mio unico vecchio libro di poesia e anche la promessa che tornerò con della tela sulla quale vorrei scrivere di mio pugno, come si diceva quando ancora il corsivo era dominio di tutti, tornerò perchè ho ancora negli occhi lis  “furlanis” prese da un cassettone del nr. 38, perché siano comode e non si sformino subito, se non sbaglio c’era del giallo lime e dell’azzurro piscina, sapevano di vacanze, di isole lontane, anche se eran nate in una piccolissima fabbrica di ciabatte nel cuore della Bassa friulana, grazie all’inventiva  di una coppia unica e irripetibile, per tenacia, fantasia, cultura e …… visto che mi han fatta entrare senza battere ciglio …. ospitalità.

Mi voglio riconoscere allora soprattutto in queste doti della mia terra, salvaguardate con cura e passione, e le vorrei portare in giro ai piedi cun brauure.

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